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Pordenonelegge diventa maggiorenne con il botto: quest’anno nei cinque giorni della kermesse letteraria più importante della regione si sono avvicendati sul palco decine di scrittori, poeti ed fumettisti, vincitrici del premio Campiello e vincitrici dell’Anguilla d’Oro.

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Che cosa sarà mai lo Strega quando sul tuo scaffale dei ricordi puoi vantare il più importante riconoscimento della tua città natale?  Non la pensa esattamente così Teresa Ciabatti, che avrebbe preferito il liquore al piccolo monile, a cui peraltro ha cercato senza successo di rinunciare in vari modi.

La Ciabatti presentava a Pordenone proprio il libro che a luglio è arrivato per un soffio dietro a Le Otto Montagne di Paolo Cognetti, un’autofiction sulla storia della sua famiglia tra Orbetello e Roma. Autofiction perchè la componente biografica, seppur centrale, è a detta dell’autrice resa più accattivante, più fluida dalle piccole licenze poetiche che colmano le lacune nella memoria dell’autrice.

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La più amata è la storia di Teresa, prediletta dal padre, “il professor” Lorenzo Ciabatti, medico e massone, ma è anche la storia di Francesca, sua madre, la vera self made woman della storia: donna forte e femminista che si fa strada con le sue forze nel mondo della medicina, fino all’arrivo ad Orbetello. Da qui parte una saga familiare fatta di lusso e dolore, di riscatto e di affondi, raccontata magistralmente dall’io narrante della Ciabatti, che gioca con il tema della memoria tessendo attorno al suo vissuto più profondo una trama a tratti idealizzata, a tratti spregiudicata nella descrizione. In tutto ciò emerge una questione cardinale, che è la stessa autrice a proporre nella sua presentazione: se ciò che rimane è felicità che importa che sia tutto reale?

A conversare con la Ciabatti, oltre alla moderatrice Gloria de Antoni, un’ altra candidata al Premio Strega,  autrice peculiare, soprattutto per il tema spinoso affrontato nel libro. Anna Giurickovic Dato è una giovane avvocato che ha recentemente esordito nel mondo della narrativa con il romanzo La figlia femmina, la storia di una moderna Lolita vittima di abusi familiari.

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Una storia cruda, difficile, che l’autrice però decide di raccontare con fare distaccato, priva di ogni giudizio di valore. Il fine del romanzo non è l’attribuzione delle colpe, né un tentativo di lettura accattivante e controcorrente di un tema tanto duro quanto complesso come quello dell’abuso. L’io narrante cerca solo di restituire al lettore la complessità del dolore vissuto, le numerose sfumature della volontà di tutti i personaggi che ruotano attorno alla vicenda.

Una storia terribilmente diversa da quella raccontata da Teresa Ciabatti, eppur così simile nel tentativo di raccontare ciò che anche Tolstoj ricorda all’inizio del suo Anna Karenina: le mille accezioni dell’infelicità familiare.