Dujak

Dujak è una ricerca etno-fotografica che attraversa le comunità di confine del Friuli Venezia Giulia. Un progetto ideato dal fotografo Davide Degano e coordinato da Associazione Constraint ETS, che indaga la memoria culturale di territori dove sloveno, friulano e italiano si mescolano da generazioni. Non un documentario tradizionale, ma un'esplorazione visiva che unisce archivi storici, paesaggi e testimonianze orali.

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Dove le lingue si incontrano,
le memorie si intrecciano

Tra le montagne del Friuli Venezia Giulia esistono territori dove i confini non separano, ma uniscono. Valli dove da secoli convivono lingue diverse, tradizioni che si sovrappongono, storie che si intrecciano. Luoghi dove l'identità non è una linea netta, ma una stratificazione di voci e memorie.

Tutto è iniziato da una carta ingiallita

Il punto di partenza è stato un documento d'archivio. Una traccia familiare legata al periodo dell'italianizzazione forzata durante il fascismo, trovata tra le carte della famiglia del fotografo. Da quella singola pagina si è aperta un'indagine più vasta: cosa significa vivere in un territorio dove la tua lingua è stata cancellata dai registri ufficiali? Dove la memoria privata contraddice quella pubblica?

Mappa delle valli

Val Resia, Val Canale, Valli del Natisone

Tre vallate montane dove la storia ha lasciato tracce profonde. Territori isolati, dove fino a poche generazioni fa si parlava quasi esclusivamente sloveno e friulano. Comunità che hanno sviluppato tradizioni uniche, legate al ritmo delle stagioni, al lavoro nei boschi, alla migrazione stagionale. Luoghi dove la cultura di confine non è un'eccezione, ma la norma.

La ricerca ha attraversato biblioteche, archivi di stato, collezioni private. Lettere, registri anagrafici, fotografie di famiglia. Ogni documento racconta due storie: quella ufficiale, scritta da chi aveva il potere di scrivere, e quella silenziosa, fatta di nomi cambiati, lingue nascoste, identità rimosse. Gli archivi non restituiscono la verità, ma le sue tracce contraddittorie.

Piccoli musei di montagna conservano mondi interi

Nelle valli si trovano musei che sembrano fermi nel tempo. Raccolte di attrezzi da lavoro, costumi tradizionali, oggetti domestici, fotografie di volti sconosciuti. Ogni museo custodisce frammenti di vita quotidiana: il mulino, l'arrotino, il fabbro, la casa rurale. Non sono vetrine del passato, ma archivi viventi di saperi che stanno scomparendo.

Volti che nessuno ricorda più

Gli abitanti hanno aperto i loro album. Fotografie di matrimoni, processioni, lavoro nei campi, bambini in costume tradizionale. Immagini che non entrano mai nei libri di storia, ma che raccontano come si viveva davvero. Chi erano queste persone? Cosa pensavano di sé? La memoria familiare è l'archivio più fragile e più prezioso.

Ogni sentiero è una storia

Il paesaggio non è solo natura. È il risultato di secoli di lavoro umano: terrazzamenti abbandonati, mulattiere che collegano paesi invisibili, chiesette votive costruite dove qualcuno è morto o si è salvato. La montagna conserva tracce che gli archivi hanno dimenticato. Guardare il territorio significa leggere una mappa di memorie sovrapposte.

L'immagine non documenta, interroga

Le fotografie di Dujak non illustrano una tesi, ma pongono domande. Realizzate in grande formato, osservano il paesaggio come uno spazio carico di significati nascosti. Non cercano la bellezza pittoresca, ma la densità storica. Ogni inquadratura è un atto di attenzione: cosa significa fotografare un luogo di confine oggi?

Fotografia artistica

Quando il documento diventa immagine

I documenti d'archivio non vengono solo citati, ma riprodotti, ingranditi, trasformati in oggetti visivi. Certificati di nascita, registri parrocchiali, lettere ufficiali: sottratti alla loro funzione amministrativa, diventano superfici dense di significato. La grammatica del potere emerge dalla calligrafia, dai timbri, dalle cancellature.

Documento storico

Di notte, la montagna appartiene ad altri

In collaborazione con la Guardia Forestale, sono state realizzate riprese video notturne in alta quota, nell'area dei Tre Confini. Le immagini documentano la presenza di animali selvatici: cervi, volpi, camosci che attraversano territori che le mappe dividono in stati diversi. Loro non riconoscono confini. Sono la parte invisibile del paesaggio, quella che sfugge al controllo umano.

Un'esperienza immersiva tra video, documenti e fotografie

Il progetto si è materializzato in una mostra multimediale al Museo Etnografico di Malborghetto. Tre elementi: un'installazione video immersiva con proiezioni notturne e suoni ambientali; una bacheca documentaria dove fotografie e testi si sovrappongono come nei manifesti dei paesi di montagna; grandi fotografie incorniciate che interrogano il ruolo dell'immagine nella costruzione dell'identità.

Condividere la ricerca, ascoltare le comunità

Dujak è stato presentato in luoghi molto diversi: musei di montagna, centri culturali transfrontalieri, spazi indipendenti a Udine e Gorizia, istituzioni internazionali come Camera Austria a Graz. Ogni presentazione è diventata occasione di dialogo: con gli abitanti delle valli, con ricercatori, con pubblici stranieri che scoprono queste storie per la prima volta.

Da Malborghetto a Gand

La mostra è stata presentata anche alla KASK School of Art di Gand, portando le memorie di confine del Friuli Venezia Giulia in un contesto europeo. Un progetto nato da storie locali, spesso invisibili, è diventato occasione per riflettere su cosa significano i confini oggi, su come si costruisce l'identità culturale, su quale ruolo può avere l'arte nella conservazione della memoria.

La memoria non è qualcosa di fisso

Dujak restituisce un racconto corale delle terre di confine. Mostra che la memoria non è un monumento da preservare, ma un territorio vivo fatto di sovrapposizioni, contraddizioni, storie che continuano a trasformarsi. Le comunità di confine non sono residui del passato, ma esempi di come si può abitare la complessità. Le loro voci meritano di essere ascoltate.