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Erroneamente pensiamo all’Utopia come qualcosa di dissociato dalla realtà, impossibile e irrealizzabile perché non osservabile e controllabile.
Da sempre, però, l’Occidente si è “nutrito” di questo paradigma: lotte e rivendicazioni sono cresciute su ideali utopici in ragione dell’ambizioso progetto di una “società migliore e perfetta”. Malgrado la fascinazione dell’Utopia, le nuove sfide dell’Occidente ci allontanano dal “sogno utopico”: l’emergenza migrazioni, il dramma terrorismo, la crisi dell’egualitarismo non sembrano collimare più con il tentativo di auspicare ad un mondo migliore.

Se da un lato le istanze di libertà e pluralismo si indeboliscono, dall’altro si rafforzano i muri “demagogici” : dietro la figura dell’immigrato vengono costruiti ” castelli di sabbia” le cui fondamenta poggiano su valori  tautologici e stereotipanti; dietro la condizione degli omosessuali, invece, si rafforzano le roccaforti dell’ odio e dell’intollerabilità.  La domanda allora sorge spontanea: “pluralismo e libertà sono ancora i baluardi dell’Occidente?”
In occasione dell’ultimo incontro di Vicino Lontano “Occidente: un’Utopia Scaduta?” accanto alle figure di Giovanni Marramao, docente di filosofia teoretica e politica all’Università RomaTre e Nicola Gasbarro, professore di Antropologia culturale all’Università di Udine, presidente del comitato scientifico di Vicino Lontano, Constraint Magazine ha rivolto qualche domanda a Ezio Mauro, giornalista, direttore della Stampa prima,  e di Repubblica per 20 anni, poi.
Con lui abbiamo parlato del peso della divulgazione culturale, della questione delle diversità in piccole realtà del Nord-Est italiano, di giornalismo nell’era digitale. Di seguito, l’intervista completa.

Ezio Mauro - Vicino Lontano

Udine, 07-05-2015 – VICINO LONTANO 2015 – PUBBLICO – © 2015 Paolo Jacob / Phocus Agency

Che peso ha la divulgazione culturale nella formazione dei giovani, in Europa e in Italia, nella creazione di basamenti per la costruzione di anticorpi a populismi e per una cultura dell’accoglienza? Come valuta il lavoro di attori culturali come lo stesso V/L nel raggiungimento di questi obiettivi? Come si può riuscire a estendere alcune conoscenze ad un pubblico disinformato o semplicemente disinteressato?

Intanto, come testimoniate qui a V/L il pubblico non sembra poi così disinteressato.
Questo sarà il sesto anno che noi, con Repubblica delle Idee, andremo a Bologna.
Ogni volta che si va a cercare la parte nobile della provincia italiana, quella delle città che beneficiano di una comunità ed un territorio importante, c’è una risposta straordinaria di gente che partecipa ai dibattiti:  ha domande da fare, segue tutto, accetta di ingaggiarsi su temi complessi e complicati che non fanno parte del normale palinsesto televisivo a cui siamo abituati.
La divulgazione culturale, per stare al nocciolo della vostra domanda, è fondamentale perché quello dei populismi è soprattutto un inganno di tipo culturale- l’ho detto prima- un inganno attraverso la semplificazione dei problemi. Trasmettono la falsa idea che esistano soluzioni semplici a problemi complessi. Non è così: non è così nella vita di tutti i giorni e non si capisce perché debba essere così nella politica e nella gestione della cosa pubblica. Andare al fondamento culturale dei fenomeni è decisivo. Ma la politica lo fa molto poco.

In Italia è utopistico affermare che la nostra società è una società liberale e pluralista nel senso di una società che rispetta le diversità e quindi non fa distinzioni di razza o di sesso? In questo senso ci vengono in mente due temi: la fine della vita – la possibilità dell’individuo di scegliere – e le unioni civili correlate alla discriminazione degli omosessuali?
A tal proposito, vorremmo sapere, qual è il suo pensiero su un evento come il gay pride che per la prima volta si terrà in una realtà piccola come Udine?

L’Italia è sicuramente una società liberale anche se questo è un concetto molto ampio ed è anche un concetto labile, nel senso che molti, a pieno titolo, ritengono di far parte del paradigma liberale.
Abbiamo gli elementi di una democrazia liberale intatti nella superficie ma molto deboli e indeboliti nella sostanza; sono come quelle conchiglie bellissime fuori ma al cui interno l’organismo è deperito o, magari,  già morto. Certamente noi seguiamo dei principi e basta leggere la nostra Costituzione: sul piano delle istituzioni e sul piano dei diritti, sì, siamo una democrazia liberale.
Per quanto dite voi, il gay pride è una manifestazione per portare in pubblico una tematica e costringere la gente a vedere quel problema che spesso, però, finge di non vedere.
La battaglia dei diritti civili non è mai finita. Io direi che ha questo di bello: è una battaglia continuamente in progress dove, conquistato un tassello, devi andare avanti perché c’è un altro gradino da salire.

Vorremmo agganciarci all’argomento sui diritti civili e parlare anche in merito a quello che lei prima ha affermato durante la conferenza ovvero che le democrazie non debbano mai affermare le esclusioni.
In particolare, in merito agli stranieri e ai migranti: sempre di più lo straniero è dissociato dal suo essere come individuo; sempre più è inteso come non-persona : non è individuo, non è europeo, non è cittadino, non è in regola e quindi non è uno di noi. La società occidentale, i suoi ordinamenti giuridici, sembrano aver letteralmente spazzato via l’identità dello straniero omettendone il carattere di “uomo” prima ancora che di migrante. I sistemi giuridici sorti nelle nostre società si sono dimostrati garanti di diritti e libertà circoscritti esclusivamente a coloro che, a pieno titolo, ne appartengono. Non crede che sino ad ora, noi, in quanto promotori ideali liberal-democratici, non abbiamo fatto abbastanza per garantire il raggiungimento di una società liberale e pluralista.

Toccate secondo me un punto decisivo. Noi vediamo i migranti come corpi e questi corpi proiettano una dimensione fantasmatica. Li vediamo come quantità poi, però, non stiamo attenti ai numeri veri: pensiamo  che siano un pericolo, un’invasione.
Certamente dobbiamo anche pensare alla parte più infragilita della nostra popolazione: agli anziani, ad esempio, alle persone che non sono mai uscite dai confini dei nostri paesi e che si trovano sotto gli occhi  un mondo rovesciato che arriva a casa loro e a cui non sono preparati.
Nel  “tinello televisivo” vengono raggiunti dai predicatori della paura che ingigantiscono i fenomeni e che legano questi fenomeni alla criminalità. Sappiamo tutti chi sono i protagonisti di tutto questo – i cosiddetti  imprenditori della paura- questi hanno bisogno che la gente non venga affrancata dalla paura con un ragionamento ma che piuttosto ne rimanga dentro.

 

Ezio Mauro - Vicino Lontano

Quindi, si tratta di una sorta di tautologia della paura?

Sì. Un circuito chiuso che alimenta la paura perché la sfrutta politicamente per dei dividendi elettorali miserabili costruiti sulla paura tenendo la gente dentro questa dimensione subalterna rispetto al fenomeno; ingigantendolo a dismisura con un principio quasi fantasmatico.
C’è poi il punto di cui parlavate: i diritti in cui noi crediamo sembrano valere soltanto per noi e non sembrano valere per queste fette di popolazione – di umanità- che vengono a bussare alle nostre porte. Riteniamo allora che il pezzo di terra su cui siamo piantati sia nostro semplicemente perché lo abitiamo e quindi pensiamo di poter escludere. Possiamo dire che l’immigrazione ci mette di fronte alla prova dell’universale: sta testando se la nostra predicazione dei diritti è una predicazione relativa oppure se questi diritti sono davvero universali.

Lei, esponente del giornalismo internazionale, “uomo di Repubblica”, come considera cambiata la figura del giornalista anche alla luce dello sviluppo delle piattaforme digitali?

E’ cambiata molto. Internet ha realizzato i sogni giornalistici: io posso raccontare adesso quello che capita adesso e tu lo puoi leggere adesso. Nell’intermediazione, di cui parlavamo prima, salta anche quella del tempo: devi agire in tempo immediato; sai che qualcun altro lo può fare.
Certamente quello che non cambia nel giornalismo è che il giornalismo è la creazione del contesto: in tutto ciò che è flusso su Internet, sui social network soprattutto, il giornalismo opera un criterio distintivo. Il giornalismo ti fornisce il contesto che è il vero criterio cognitivo.
I social ti dicono un fatto che sta capitando in quel momento, il giornalismo ti dice: “io lo so che tu quel fatto lo conosci già ma guarda che ha un antecedente: ha delle conseguenze possibili e ha un contesto di cui devi essere padrone se vuoi padroneggiare la materia di quel fenomeno”.
Il giornalismo ha questa responsabilità e opportunità: la creazione del contesto che è parte dell’intelligenza degli avvenimenti e della comprensione dei fenomeni. E’ qualcosa di fondamentale.

Intervista a cura di Alice Di Leo e Chiara Tomè